lunedì, 11 maggio 2009
Posto un lavoro che ho scritto un pò di tempo fa: a scuola mi avevano chiesto di commentare questa canzone, un commento che fosse tecnico, ma per me non esiste arte senza emozione...anzi avrei volentieri evitato i tecnicismi, ma anche quelli ci vogliono: i poeti, i cantanti, gli artisti in genere sono maestri nell'usare certi artifici, e li ringraziamo anche per questi mezzi che risvegliano in noi al massimo grado particolari emozioni...

DE GREGORI E LA GUERRA

Il tema della guerra ha ispirato, sin dalla sua nascita, cantori e poeti della letteratura mondiale.

Esempi illustri sono sicuramente l’Iliade e l’Odissea di Omero (sorvoliamo la questione omerica per motivi di spazio e per non annoiare gli eventuali lettori). Entrambe le opere venivano cantate dai cantori del IX-VIII secolo a. C., i cosiddetti aedi e rapsodi: in tempi in cui televisione e tecnologie mediatiche erano lontane dai pensieri degli uomini, le popolazioni della Grecia venivano allietate, rattristate, affascinate dalle parole accompagnate dalla musica della lira.

Non a caso ho elencato diversi verbi: tutti appartengono al campo semantico delle emozioni. Le parole accompagnate dalla musica toccano, fuor di metafora, le corde del cuore di chi ascolta.

E’ più che noto che l’Iliade narrasse le gesta belliche di dei ed eroi che si scontravano nella mitica guerra di Troia: Omero inizia la narrazione invocando la Musa Calliope con il verbo “Cantami...”;

nell’Odissea, ad Itaca, quando i Proci insidiavano la moglie di Ulisse Penelope, Demodoco cantore accompagnato dalla lira, rattrista gli animi dei principi che insidiavano la principessa, cantando versi che ricordavano le stragi avvenute nella guerra di Troia.

Dal 900 o 800 a. C. al 1900 le cose sembrano non cambiare. Andando avanti per rapidi flash, in poesia Ungaretti col suo “versicolo” ricorda agli uomini la tragedia della “Grande Guerra” e il profondo attaccamento alla vita di un animo che si ribella alle atrocità di un conflitto che aveva scioccato il globo.

Ungaretti scriveva ad inizio ‘900, ma il tema da lui affrontato lascerà una lunga scia nel “secolo breve”.

Uno dei cantautori che, seppur senza toni altisonanti o slogan, è riuscito a dare voce e musica a questa tematica, è sicuramente Francesco De Gregori con la canzone “Generale” tratta dall’album “De Gregori” del 1978.

 

Generale, dietro la collina
ci sta la notte crucca e assassina,
e in mezzo al prato c'è una contadina,
curva sul tramonto sembra una bambina,                      4
di cinquant'anni e di cinque figli,
venuti al mondo come conigli,
partiti al mondo come soldati
e non ancora tornati.                                                      8

Generale, dietro la stazione
lo vedi il treno che portava al sole,
non fa più fermate neanche per pisciare,
si va dritti a casa senza più pensare,                            12
che la guerra è bella anche se fa male,
che torneremo ancora a cantare
e a farci fare l'amore, l'amore delle infermiere.           

Generale, la guerra è finita,                                         16
il nemico è scappato, è vinto, è battuto,
dietro la collina non c'è più nessuno,
solo aghi di pino e silenzio e funghi
buoni da mangiare, buoni da seccare,                         20
da farci il sugo quando è Natale,
quando i bambini piangono
e a dormire non ci vogliono andare.

Generale, queste cinque stelle,                                    24
queste cinque lacrime sulla mia pelle
che senso hanno dentro al rumore di questo treno,
che è mezzo vuoto e mezzo pieno
e va veloce verso il ritorno,                                         28
tra due minuti è quasi giorno,
è quasi casa, è quasi amore.

 

Che dire: una prima considerazione è che dalla sofferenza, dal dolore, anche personale, possono nascere dei capolavori. E’ difficile pensare che De Gregori fosse uscito da due anni di silenzio in seguito alla stroncatura dell’album “Buffalo Bill” del ’76...

Dopo due anni da questo colpo accusato tremendamente dal cantautore, ecco che la poesia sboccia di nuovo: è un De Gregori capace, per mezzi retorici e musica, nonchè parole, di trascinare l’ascoltatore.

Metricamente la canzone si compone di quattro strofe. La prima di otto versi come la terza, la seconda e la quarta di sette. Nella prima strofa prevale la rima baciata, nella seconda e nella terza il cantautore sostituisce talvolta la rima pura con il gioco delle assonanze, nell’ultima riprende lo schema a rima baciata.

Il testo ci presenta attraverso un rapido scorrere di immagini, quasi rapide pennellate di un impressionista, che cosa può essere la guerra.

E non è soltanto una condanna quale quella che ci si potrebbe aspettare da un antimilitarista.

Già nella prima strofa chi ascolta sa che la guerra, tragedia solo immaginata da gente come noi, in realtà è vicina, proprio dietro la collina dove incombe il buio della notte. A farci presagire la tragedia insita nel fenomeno bellico è un personaggio umile come la contadina che ha dato in pasto alla brutalità umana i suoi cinque figli.

Seconda strofa, secondo quadro: riusciamo a cogliere col pensiero questo treno che sferraglia, il treno della spensieratezza e del trionfo, dopo tanto soffrire, della vita. De Gregori, e in questo mi sembra molto simile ad Ungaretti, coglie l’umanità della guerra: c’è spazio per il più bel sentimento umano, l’amore, rappresentato, come precedentemente dalla contadina dall’umiltà delle infermiere.

Ma la guerra è soprattutto morte, desolazione, distruzione: bella nella quarta strofa l’immagine di questi spazi sconfinati dietro la collina dove ormai non rimangono che” aghi di pino e silenzio e funghi”. Il “poeta” magistralmente riesce ad associare questa tremenda immagine ad uno squisito quadretto familiare dipinto entro l’intimo sfondo del Natale. Quale dicotomia più atroce e nello stesso tempo più sensazionale dei bambini che piangono aspettando i doni di Natale e la brutalità della guerra?

Ed infine l’ultima immagine: il generale, un uomo in cui la ragion di Stato sconfigge l’umanità suo malgrado. Il rumore del treno, a fatica soffoca il fragore del pianto. Ma la vita continua, nonostante il peso schiacciante di quelle cinque stelle, della sua responsabilità, la vita per fortuna continua ed a tenerci in vita è sempre la forza dell’amore...

Analizzando stilisticamente la canzone, ci accorgiamo che non a torto De Gregori è stato giudicato grande poeta: a livello fonico usa saggiamente allitterazioni sia di gruppi vocalici che consonantici.

Nella prima strofa ad esempio si può notare, al v. 2 l’uso delle doppie proprio per dare il senso di durezza di una notte che non fa presagire alcunchè di buono (“notte crucca e assassina”), al v.4 l’allitterazione della consonante nasale “m” rende bene la delicatezza e l’umiltà della contadina.

A livello sintattico notiamo come la reiterazione di alcune parole (“al mondo come conigli, al mondo come soldati”vv.6-7) accentui la drammaticità del tema guerra.

Nella seconda strofa l’attenzione cade sul registro linguistico adoperato dal cantautore: esso, colloquiale nella prima strofa, diventa addirittura familiare nella seconda, in cui il poeta adopera anche termini volgari quali l’emblematico “pisciare” che è anche voce onomatopeica.

Il registro insieme alla ripetizione anaforica dei “che” ai vv. 13 e 14, completati dal raddoppiamento di “amore” al v. 15 rendono straordinariamente la concitazione del viaggio in  treno.

Notevole l’uso di figure stilistiche di posizione nella strofa terza: accumulazione più climax ascendente al v.17 (“il nemico è scappato, è vinto, è battuto”), arricchito fonicamente con varie allitterazioni ( dentale “t”, raddoppiamento della bilabiale “p”, allitterazioni della vocale aperta “a” e della chiusa “o”): ancora una volta il poeta sottolinea il momento topico della vittoria; altra accumulazione con ripetizione anaforica della congiunzione “e” al v.19 (“solo aghi di pino e silenzio e funghi”), per esaltare il terribile senso di desolazione in seguito al passaggio della guerra; signifacativa la ripresa al v.22 della congiunzione “quando” tesa ad evidenziare la discrepanza tra le immagini della guerra e dei bambini a Natale.

Nella quarta strofa, sempre con lo stesso incipit (“Generale”), c’è innanzitutto un trionfo di suoni: è un rimbalzare di suoni vocalici aperti (“e”) e chiusi (“i”) ; a livello sintattico appare ancora più accentuata l’iterazione (“queste cinque stelle, queste cinque lacrime sulla mia pelle” vv.24-25) e l’accumulazione (“che è mezzo vuoto e mezzo pieno e va veloce verso il ritorno” vv. 27 e 28); l’apice dell’emozione viene raggiunta alla fine con la tripla ripetizione in climax di tre sintagmi di uguale misura (“è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore”): la canzone termina così in crescendo e lancia un importante messaggio. La guerra, nostro malgrado, è un fenomeno umano, ma può essere “debellato” solo dall’amore.

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domenica, 10 maggio 2009
Da moltissimo tempo, forse troppo, non scrivo: questa vita toglie il tempo dovuto alla riflessione, ma sono lieto di riprendere oggi. E' il giorno dedicato alla mamma, donna mai troppo festeggiata: io le dedico pochi versi, spero alla sua altezza però.
A chi si imbattesse in questi versi auguro buona festa della mamma!

A MAMMA

 

A colei che mi ha messo al mondo,

io il mondo regalerei,

mettiamoci pure la luna, non quella nel pozzo;

 

Con me ha usato dolcezza, anche quand’ero furibondo,

ma senza qualche schiaffo così non sarei,

forse sarei sbandato, perso, forse pazzo;

 

oggi che vago in questa vita a volte perso,

un pò mi manchi mamma, però lo sai:

un uomo cresce e qualche cosa perde per via

 

Son di poche parole, rispetto a prima non son tanto diverso:

dai tuoi sorrisi, dalle tue lacrime, dalle tue gioie, dai tuoi guai,

seppur modestamente, non con la dovuta arte, ne traggo una poesia.

 

Passa il tempo, il bambino diventa uomo,

non te lo dico spesso mamma, ma sai che lo penso:

ti voglio un bene immenso, sei sempre in questo cuor!


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categoria:affetti
mercoledì, 07 gennaio 2009
L'indomani di queste vacanze natalizie mi sento spinto a dover tracciare un bilancio.
L'anno si è chiuso davvero in maniera splendida per me. Per chi come me mette al primo posto, insieme alla salute, l'amicizia, non può che essere salutato con piacere l'allargamento delle conoscenze, il nascere di bei rapporti e il consolidarsi di vecchie amicizie.
La 15 giorni cilentana è stata straordinaria: ho avuto occasione di girare questa mia affascinante terra in lungo e in largo. Sapri, Ascea, Vallo, Moio, Laurino, Laurito...Ed emozioni sempre nuove e meravigliose ho vissuto in questi tour...
Il ritrovare vecchi amici sapresi; la cena a Marina di Ascea della mia associazione Ideura con circa 70 amici, l'incontro con gli amici del gruppo "I love you Cilento" sempre ad Ascea; il gala Mojoca con gli amici dell'associazione Mojoca...
Pur rischiando di essere ingiusto, devo citare delle persone straordinari che in parte ho ritrovato, in parte ho conosciuto ex novo.
Scontato ripetere quanto sia straordinario l'amico Marco Sansone vicepresidente di Ideura; fantastico ritrovare l'amico dell'università Giuseppe Luongo che con Diego Valiante ha dato vita al gruppo "I love you Cilento": attraverso loro ho conosciuto un vero e proprio "carro armato", Marco Bianco che ringrazio per aver linkato questo mio modesto spazio sul suo blog; un grazie e tanti complimenti agli amici Vito Merola e Giovanni Bertone di Mojoca: hanno portato nel suggestivo borgo di Mojo l'originalità di una grande manifestazione; che dire poi delle sperimentazioni del laboratorio teatrale permanente di Mirko Ferra, Tullia Conte e company (mi perdonino gli altri di cui non ricordo i nomi): grazie per l'anteresse che avete suscitato in me insieme alle risate scaturite dallo spettacolo di cabaret; in ultimo, ma non per importanza, grazie all'artista cilentano Angelo Loia: fino a poco tempo fa potevo ammirarlo per l'interpretazione delle canzoni cilentane, oggi posso stimarlo anche come uomo.
Sicuramente sono manchevole nelle citazioni: mi perdoni chi non sia stato citato, ma l'importante è che si comprenda una cosa. L'aver citato tanti nomi e tante iniziative non è un caso: è un forte segnale che affiora da un territorio in cerca di riscatto, un territorio dalle innumerevoli potenzialità cui manca il passaggio finale per trasformarsi in atto.
Eppure ritorno a Milano con una convinzione: tutte queste giovani energie messe in movimento daranno in un futuro molto prossimo grandi risultati. Tocca a me e a tutti gli altri dare un contributo e continuare ad alimentare una macchina che vuole correre...
QUALCOSA STA CAMBIANDO, ANZI, E' GIA' CAMBIATA!
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categoria:cilento
mercoledì, 24 dicembre 2008
Sarei un egoista se non augurassi un buon Natale a tutti: certo per me non lo è del tutto.
Penso che oramai ogni Natale sarà da me vissuto, non con tristezza, ma con una certa malinconia...
Eppure capisco ancor di più come il Natale debba essere vissuto nell'intimità della famiglia, e per questo ringrazio ancor di più chi non c'è e m'ha insegnato, anche facendo delle scenate, questa bella consuetudine.
Chiedo poi scusa idealmente agli amici: in questi giorni non è che mi sia fatto vedere troppo: ma credo che, essendo persone mature, mi capiranno...
Insomma, da persona che un Natale fa ha vissuto il giorno più brutto e triste della sua breve vita, ritrovo il significato della festa più importante della cristianità: e, con fiducia, spero che l'ennesimo miracolo di questo Bambino che scende dai cieli rinnovi in maniera positiva questa umanità che si sta sempre più smarrendo.
Che in noi tutti il buon Gesù infonda grande serenità e più amore verso il prossimo: e seppur non sia amore, almeno sia tolleranza e capacità d'ascolto...
Dedico questo pensiero a mio padre: "Il Natale ormai rinnova il ricordo, non della tua morte, ma della tua assunzione in Cielo: il ricordo ti rende immortale e l'abbraccio col Bambino che scendeva ti santifica!"
Lo so, sto esagerando, ma estendo il concetto di Santo alle persone straordinarie chiamate in Cielo...
Buon Natale a tutti!
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lunedì, 01 dicembre 2008
Ormai ci conosciamo da quasi tre anni, è stato mio collega di matematica al "Bachelet" di Abbiategrasso ed insieme a lui ne abbiamo fatte e ne facciamo di tutti i colori: e il "Ripert"!
Lo pseudonimo "Rupert" gli è stato affibbiato da un collega di educazione fisica: in realtà deriva dal suo cognome Ruberto, di nome fa Michele...
Il Rupert è un vulcano sempre attivo, è il burlone del gruppo e fa stare sempre tutti allegri...
Certo, ogni tanto, la sua effervescenza è diventata escandescenza, si è lasciato andare all'impulsività, ma sempre entro i limiti e gli amici non hanno faticato a perdonarlo...
Insomma nel bello e cattivo tempo di questi anni, il Rupert si è dimostrato e si dimostra tutt'ora un grande amico...
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categoria:affetti
sabato, 29 novembre 2008
Posto una mia poesia ritrovata per caso in un libro: è scritta su un foglio di carta, senza titolo, dedica o frase finale che riporti una data...Strano: tuttavia la posto oggi...

Tu con le tue fredde
mani bianche d'un candido
pallore avvinghi il tubo
della vita, d'ossigeno mi privi:
pesce fuor d'acqua boccheggio,
m'agito, m'affanno, muoio di te.
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categoria:poesie
domenica, 23 novembre 2008
Beh, ho oltrepassato la fatidica soglia dei trenta: qualcuno dice, scherzosamente, che ora faccio parte del club degli "enta", altri che a trenta ci si accontenta, e così via allegramente.
Eppure la sento come tappa importante in cui un bilancio va fatto: con l'ottimismo che, per fortuna, da un pò di tempo e dopo aver visto quali atrocità ti può presentare la vita, penso m'appartenga, il mio bilancio è alquanto positivo.
Vediamo un pò: la salute, che è sempre la prima cosa, non manca, anzi, ultimamente mi sento abbastanza in forma; il lavoro, nonostante la crisi e una riforma della scuola che non so cosa mi riserverà, per adesso c'è, è quello che avevo sognato ed ho un gran bel rapporto con studenti e colleghi; ho tanti conoscenti e diversi buoni amici con i quali mi diverto sia a Milano che giù in Campania: se volessi poi enumerare tutti gli altri delle diverse regioni italiane e quelli sparsi nel mondo, penso che questa pagina non basterebbe: insomma, mi faccio voler bene e sento su di me tanta stima e affetto, spero meritate...
Ed ora vengo alle note dolenti, che bello appropiarsi delle frasi dei grandi: Dante perdonami...Sicuramente la situazione sentimentale non è delle migliori, da tre anni non vivo una storia d'amore che si possa ritenere tale, ma poco male, verrà anche questo di nuovo...
Ciò che più mi fa star male, e in questi giorni ho fatto di tutto per non pensarci, è l'assenza fisica di chi è stato e rimane il mio mito: perdonatemi se sono malinconico, nostalgico, retorico, pesante, qualsiasi aggettivo mi voglia affibbiare chi eventualmente s'imbattesse in questa pagina, si ritenga libero di farlo, ma mio padre era, anzi è mio padre. E questa mancanza è stata in questi giorni più pesante di quanto sia stata la Terra retta da Atlante. Manca fisicamente la mia guida e lo mio maestro, ma nell'animo e nel cuore lo sento sempre vicino a me.
Insomma tra lacrime, risate, sorrisi, gioie, amarezze, entusiasmo, scoramento, momenti sì e momenti no, sono passati questi trent'anni. Chi vide la luce trent'anni fa e rischiò di non vederla dopo pochi giorni di vita, chi si sente un perpetuo miracolato (per la serie lassù qualcuno mi ama), oggi sente ancor di più il diritto e il dovere, la responsabilità di onorarla sta vita, di amarla e renderla migliore per sè e per chi lo circonda: ma questa festa la dedica a chi non c'è più.
COME SEMPRE ALZO GLI OCCHI AL CIELO E TI SALUTO PAPA': IL SOLE CHE IN QUESTI GIORNI ILLUMINA IL MIO VISO E' IL TUO SORRISO E IL VENTO E QUEST'ARIA FRIZZANTE CHE MI SCOMPIGLIA I CAPELLI E' LA TUA DIVINA CAREZZA E LA TUA PACCA SULLA SPALLA; IL SUO ULULARE E' LA TUA SOLITA FRASE:"WAGLIO' VIRI CHILLO CHE FAI!"
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categoria:affetti
lunedì, 10 novembre 2008
Innamorato della canzone napoletana classica, ho voluto riportare il testo di "era de Maggio", poesia di Salvatore Di Giacomo poi affiancata da musica. Non mi addentro in noiose analisi testuali: è solo da leggere e magari da ascoltare, insomma da godere...


 Era de maggio e te cadéano 'nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse...
Fresca era ll'aria...e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe...

Era de maggio, io no, nun mme ne scordo,
na canzone cantávamo a doje voce...
Cchiù tiempo passa e cchiù mme n'allicordo,
fresca era ll'aria e la canzona doce...

E diceva: "Core, core!
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse, io conto ll'ore...
chisà quanno turnarraje!"

Rispunnev'io: "Turnarraggio
quanno tornano li rrose...
si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá...

Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá."

E só turnato e mo, comm'a na vota,
cantammo 'nzieme lu mutivo antico;
passa lu tiempo e lu munno s'avota,
ma 'ammore vero no, nun vota vico...

De te, bellezza mia, mme 'nnammuraje,
si t'allicuorde, 'nnanz'a la funtana:
Ll'acqua, llá dinto, nun se sécca maje,
e ferita d'ammore nun se sana...

Nun se sana: ca sanata,
si se fosse, gioja mia,
'mmiez'a st'aria 'mbarzamata,
a guardarte io nun starría !

E te dico: "Core, core!
core mio, turnato io só'...
Torna maggio e torna 'ammore:
fa' de me chello che vuó!

Torna maggio e torna 'ammore:
fa' de me chello che vuó
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categoria:musica
sabato, 08 novembre 2008
Questa è stata una settimana strana.
Dopo forse tre anni incontro una persona che riesce a smuovere dentro di me qualcosa che forse potrei definire un sentimento. E stasera invece verso un mare di lacrime...
Piango la morte di un giovane ragazzo del mio paese che neanche conosco: piango per il dolore che neanche oso immaginare della famiglia. Piango per un motivo preciso tuttavia: questo ragazzo studiava a Milano e suo padre era amico del mio buon papà.
Spinto da quest'ultimo, mi adoperai qualche anno fa per aiutare questo giovane a trovare una sistemazione in questa città: ci riuscii anche, ma lui fu più veloce ed in gamba di me, trovò casa senza il mio aiuto...
"That's all" direbbero gli inglesi: io non l'ho neanche conosciuto di persona e piango la sua morte...talvolta ho paura di me stesso e della mia sensibilità, ma credo fosse una gran brava persona se mio padre, spinto dal suo amico, mi chiese di adoperarmi per lui...
E allora per una sera mi rifugio nei meandri della mia coscienza e rifletto, prego per il giovane scomparso e per mio padre, prego e rifletto sull'eccezionalità della vita, su come sia degna di essere vissuta anche per il dolore che provoca, dolore atroce, amaro, incomprensibile ed ingiustificabile, dolore che fa crescere...
Prego e piango, ed il mio laghetto si unisce idealmente a quello dei genitori, augurandomi che come la pioggia cade e disseta la terra creando vita, così queste lacrime lascino un segno, un segno di vita, una promessa d'impegno per rendere questa sempre più degna di essere vissuta.
Piango e scrivo: nel fiume di lacrime naviga una folla di parole, forse, sicuramente inutili, eppure m'illudo che da queste si elevi una magia e si compia il miracolo della rassegnazione. Ecco allora il sensop della preghiera, ecco allora il vero significato della pietà cristiana che va a confondersi con la pietas della grande tradizione occidentale. La fede in questi casi è l'ancora di salvezza che ci tiene aggrappati ad una vita in grande rischio di naufragio...
Mi fermo qui: forse rischio di blaterare, se già non lo stessi facendo.
Dedico questo sabato sera di silenzio, riflessione, preghiera e lavoro a te che alla fine sei un giovane amico strappato secondo leggi a noi tutti sconosciute a questa vita: ancora una volta sarà la memoria a riscattare chi ci lascia. Non sei una promessa non mantenuta, ma una speranza che si esaudirà...
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lunedì, 27 ottobre 2008
E' cominciata un'altra settimana: dopo la "pallonara" e bella domenica, mi assale una vena di malinconia e non riuscivo a spiegarmela...Non riuscivo fino a quando non ho letto la data di oggi: 27 ottobre 2008: il primo onomastico di papà da ricordare senza il protagonista...
Mi sembra perciò d'obbligo, in ogni circostanza, ricordare una figura a me non solo tanto cara naturalmente, ma per me davvero straordinaria: come tutti i miti della storia, la mia memoria lo renderà immortale, perchè rimane per me un punto di riferimento con tutti i suoi pregi e qualche difetto, in tutta quella che fu la sua coerenza seppur con qualche contraddizione.
In fondo i grandi personaggi della storia, quelli che amo e che ammiro di più erano così: straordinari per la loro indole particolare...
E allora buon onomastico papà: anche lassù sono convinto che festeggerai tra angeli, santi, amici e parenti che hai raggiunto. A me resta il rammarico di non godere più della tua simpatia, ma anche la bellezza del ricordo di un uomo straordinario che con un sorriso o una battuta riusciva a illuminarti la giornata!
Ti voglio bene,
Angelo...o come ormai da un bel pò mi chiamavi "professò"
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