Il tema della guerra ha ispirato, sin dalla sua nascita, cantori e poeti della letteratura mondiale.
Esempi illustri sono sicuramente l’Iliade e l’Odissea di Omero (sorvoliamo la questione omerica per motivi di spazio e per non annoiare gli eventuali lettori). Entrambe le opere venivano cantate dai cantori del IX-VIII secolo a. C., i cosiddetti aedi e rapsodi: in tempi in cui televisione e tecnologie mediatiche erano lontane dai pensieri degli uomini, le popolazioni della Grecia venivano allietate, rattristate, affascinate dalle parole accompagnate dalla musica della lira.
Non a caso ho elencato diversi verbi: tutti appartengono al campo semantico delle emozioni. Le parole accompagnate dalla musica toccano, fuor di metafora, le corde del cuore di chi ascolta.
E’ più che noto che l’Iliade narrasse le gesta belliche di dei ed eroi che si scontravano nella mitica guerra di Troia: Omero inizia la narrazione invocando la Musa Calliope con il verbo “Cantami...”;
nell’Odissea, ad Itaca, quando i Proci insidiavano la moglie di Ulisse Penelope, Demodoco cantore accompagnato dalla lira, rattrista gli animi dei principi che insidiavano la principessa, cantando versi che ricordavano le stragi avvenute nella guerra di Troia.
Dal 900 o 800 a. C. al 1900 le cose sembrano non cambiare. Andando avanti per rapidi flash, in poesia Ungaretti col suo “versicolo” ricorda agli uomini la tragedia della “Grande Guerra” e il profondo attaccamento alla vita di un animo che si ribella alle atrocità di un conflitto che aveva scioccato il globo.
Ungaretti scriveva ad inizio ‘900, ma il tema da lui affrontato lascerà una lunga scia nel “secolo breve”.
Uno dei cantautori che, seppur senza toni altisonanti o slogan, è riuscito a dare voce e musica a questa tematica, è sicuramente Francesco De Gregori con la canzone “Generale” tratta dall’album “De Gregori” del 1978.
Generale, dietro la collina
ci sta la notte crucca e assassina,
e in mezzo al prato c'è una contadina,
curva sul tramonto sembra una bambina, 4
di cinquant'anni e di cinque figli,
venuti al mondo come conigli,
partiti al mondo come soldati
e non ancora tornati. 8
Generale, dietro la stazione
lo vedi il treno che portava al sole,
non fa più fermate neanche per pisciare,
si va dritti a casa senza più pensare, 12
che la guerra è bella anche se fa male,
che torneremo ancora a cantare
e a farci fare l'amore, l'amore delle infermiere.
Generale, la guerra è finita, 16
il nemico è scappato, è vinto, è battuto,
dietro la collina non c'è più nessuno,
solo aghi di pino e silenzio e funghi
buoni da mangiare, buoni da seccare, 20
da farci il sugo quando è Natale,
quando i bambini piangono
e a dormire non ci vogliono andare.
Generale, queste cinque stelle, 24
queste cinque lacrime sulla mia pelle
che senso hanno dentro al rumore di questo treno,
che è mezzo vuoto e mezzo pieno
e va veloce verso il ritorno, 28
tra due minuti è quasi giorno,
è quasi casa, è quasi amore.
Che dire: una prima considerazione è che dalla sofferenza, dal dolore, anche personale, possono nascere dei capolavori. E’ difficile pensare che De Gregori fosse uscito da due anni di silenzio in seguito alla stroncatura dell’album “Buffalo Bill” del ’76...
Dopo due anni da questo colpo accusato tremendamente dal cantautore, ecco che la poesia sboccia di nuovo: è un De Gregori capace, per mezzi retorici e musica, nonchè parole, di trascinare l’ascoltatore.
Metricamente la canzone si compone di quattro strofe. La prima di otto versi come la terza, la seconda e la quarta di sette. Nella prima strofa prevale la rima baciata, nella seconda e nella terza il cantautore sostituisce talvolta la rima pura con il gioco delle assonanze, nell’ultima riprende lo schema a rima baciata.
Il testo ci presenta attraverso un rapido scorrere di immagini, quasi rapide pennellate di un impressionista, che cosa può essere la guerra.
E non è soltanto una condanna quale quella che ci si potrebbe aspettare da un antimilitarista.
Già nella prima strofa chi ascolta sa che la guerra, tragedia solo immaginata da gente come noi, in realtà è vicina, proprio dietro la collina dove incombe il buio della notte. A farci presagire la tragedia insita nel fenomeno bellico è un personaggio umile come la contadina che ha dato in pasto alla brutalità umana i suoi cinque figli.
Seconda strofa, secondo quadro: riusciamo a cogliere col pensiero questo treno che sferraglia, il treno della spensieratezza e del trionfo, dopo tanto soffrire, della vita. De Gregori, e in questo mi sembra molto simile ad Ungaretti, coglie l’umanità della guerra: c’è spazio per il più bel sentimento umano, l’amore, rappresentato, come precedentemente dalla contadina dall’umiltà delle infermiere.
Ma la guerra è soprattutto morte, desolazione, distruzione: bella nella quarta strofa l’immagine di questi spazi sconfinati dietro la collina dove ormai non rimangono che” aghi di pino e silenzio e funghi”. Il “poeta” magistralmente riesce ad associare questa tremenda immagine ad uno squisito quadretto familiare dipinto entro l’intimo sfondo del Natale. Quale dicotomia più atroce e nello stesso tempo più sensazionale dei bambini che piangono aspettando i doni di Natale e la brutalità della guerra?
Ed infine l’ultima immagine: il generale, un uomo in cui la ragion di Stato sconfigge l’umanità suo malgrado. Il rumore del treno, a fatica soffoca il fragore del pianto. Ma la vita continua, nonostante il peso schiacciante di quelle cinque stelle, della sua responsabilità, la vita per fortuna continua ed a tenerci in vita è sempre la forza dell’amore...
Analizzando stilisticamente la canzone, ci accorgiamo che non a torto De Gregori è stato giudicato grande poeta: a livello fonico usa saggiamente allitterazioni sia di gruppi vocalici che consonantici.
Nella prima strofa ad esempio si può notare, al v. 2 l’uso delle doppie proprio per dare il senso di durezza di una notte che non fa presagire alcunchè di buono (“notte crucca e assassina”), al v.4 l’allitterazione della consonante nasale “m” rende bene la delicatezza e l’umiltà della contadina.
A livello sintattico notiamo come la reiterazione di alcune parole (“al mondo come conigli, al mondo come soldati”vv.6-7) accentui la drammaticità del tema guerra.
Nella seconda strofa l’attenzione cade sul registro linguistico adoperato dal cantautore: esso, colloquiale nella prima strofa, diventa addirittura familiare nella seconda, in cui il poeta adopera anche termini volgari quali l’emblematico “pisciare” che è anche voce onomatopeica.
Il registro insieme alla ripetizione anaforica dei “che” ai vv. 13 e 14, completati dal raddoppiamento di “amore” al v. 15 rendono straordinariamente la concitazione del viaggio in treno.
Notevole l’uso di figure stilistiche di posizione nella strofa terza: accumulazione più climax ascendente al v.17 (“il nemico è scappato, è vinto, è battuto”), arricchito fonicamente con varie allitterazioni ( dentale “t”, raddoppiamento della bilabiale “p”, allitterazioni della vocale aperta “a” e della chiusa “o”): ancora una volta il poeta sottolinea il momento topico della vittoria; altra accumulazione con ripetizione anaforica della congiunzione “e” al v.19 (“solo aghi di pino e silenzio e funghi”), per esaltare il terribile senso di desolazione in seguito al passaggio della guerra; signifacativa la ripresa al v.22 della congiunzione “quando” tesa ad evidenziare la discrepanza tra le immagini della guerra e dei bambini a Natale.
Nella quarta strofa, sempre con lo stesso incipit (“Generale”), c’è innanzitutto un trionfo di suoni: è un rimbalzare di suoni vocalici aperti (“e”) e chiusi (“i”) ; a livello sintattico appare ancora più accentuata l’iterazione (“queste cinque stelle, queste cinque lacrime sulla mia pelle” vv.24-25) e l’accumulazione (“che è mezzo vuoto e mezzo pieno e va veloce verso il ritorno” vv. 27 e 28); l’apice dell’emozione viene raggiunta alla fine con la tripla ripetizione in climax di tre sintagmi di uguale misura (“è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore”): la canzone termina così in crescendo e lancia un importante messaggio. La guerra, nostro malgrado, è un fenomeno umano, ma può essere “debellato” solo dall’amore.








